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È colpa mia


È colpa mia. 

Non tua e di nessun altro.
O meglio, lo era ma tempo fa, un anno e mezzo fa, quando decidesti che l'amicizia tra noi era diventata un peso troppo impegnativo da gestire.
E decidesti di sparire nel nulla, in un unico, massiccio, corporeo, muro di silenzio, talmente denso da farmi perdere la percezione dei sensi, dello spazio, del vuoto, del tempo, della memoria, della narrativa stessa della storia della nostra amicizia.
Che non era nemmeno così consistente, visto che ci conoscevamo da poco più di un anno. 
Ma che bellezza quel tempo di risate, rincorse, pianti a dirotto, città straniere, weekend di fuga, il calore dell'estate appiccicato sulla pelle...
Se mi avessero detto che avrei vissuto una nuova amicizia a 48 anni, avrei riso e basta e invece è successo. E che bellezza.
Tanta da non poterla nemmeno annoverare, avrò tempo, mi dicevo, per ripensarci.
Come si incontrano due anime e decidono che non sarà amore? Come succede che si scriva qualcosa di più intenso, qualcosa che sfiori la magia dell'affetto? 
Così è stato, per me.
Tanta bellezza tanto quanto il buio senza fondo del dopo, il dirupo dove sono caduto, nonostante io fossi, sia e mi reputi una persona solida psicologicamente.
Ore, giorni, mesi, stagioni sono trascorse e col silenzio ho fatto pace, ho ascoltato l'eco dei mostri, dei rumori della notte, del mio respiro. Ho ascoltato il silenzio per ore ogni fine settimana. Ho temuto l'oscurità e mi sono ritrovato in un angolo col peso del mio stesso corpo a schiacciarmi per soffocarmi.
Poi ho smesso, un giorno come un altro, è entrata una brezza leggera dalla finestra che dà a valle, un insieme di muschio, elicriso e biancospino, mi sono alzato dall'angolo e il sole di aprile ha scaldato il mio viso. Ho preso il casco e tolto la moto dal cavalletto invernale e sono partito.

Ho compiuto 50 anni e sono una persona diversa ancora una volta.
Forse nuovo, forse no.
E quando sei tornato, a fine estate dell'anno scorso, a testa bassa e chiedendomi scusa, non ci ho pensato due volte, ti ho abbracciato e come se nulla fosse ti ho ripreso con me.

Ma non era così, me ne sono accorto dopo qualche mese, quando, dapprima con velata mestizia, dalla mia pancia, dalle mie viscere, una piccola e impercettibile resistenza ha iniziato ad emergere, riaffiorare.
Ed è diventata irruenta, rumorosa come mille tamburi. 
Non ho potuto ignorarla e ho ascoltato.
Il mio Io non ti voleva più.
Non ti voglio e non c'è più affetto.
Riportarlo in vita è stato come aggrapparsi al ricordo di un periodo felice che mi ha fatto stare bene.
Il dolore che mi hai provocato mi ha scolpito, consumato e ha  partorito una nuova coscienza, diversa.

Stamattina ho fatto ciò che dovevo fare, che potevo fare, che ho deciso di fare.

Ricambiare il silenzio.

Sei parte del passato.

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