
C'è un punto nel percorso di ogni cammino che rappresenta il motivo per cui nasce il bisogno del cammino stesso, che non è la meta, non l'obiettivo ma il processo di elaborazione, l'evoluzione di uno stato d'animo, la sublimazione di una necessità inderogabile, la sofferenza che genera il distacco da uno stato di dolore e la sua negazione, la fuga.
La meta invece è la consacrazione, la fine, il riposo, la quiescenza. Sedersi al lato di un sentiero ad osservare le gambe, le mani, il corpo teso dallo sforzo e la mente che prolifica in pensieri nuovi, nulla più come ieri, nulla più come quando si è partiti. È il momento della sintesi: "Sono qui".
È venerdì e lavoro solo fino alle ore 15 e con le prime belle giornate di quasi primavera ho deciso di scendere dall'autobus una decina di km prima di arrivare a casa, voglio camminare.
Sono in collina e conosco un percorso in mezzo al bosco che scende a valle e poi risale nella collina di fronte dove sorge il borgo dove abito.
Il sole è piacevole, la camminata facile, ne sento il bisogno ma non riesco a staccare la mente che torna e ritorna in un susseguirsi di pensieri sul lavoro poi il telefono, poi whatsapp, grindr, poi Instagram poi ancora un altro vocale. Nel frattempo camminando arrivo al totem delle emozioni, che è un posto in mezzo al bosco dove qualcuno ha eretto una bacheca di legno, vi ha agganciato una penna con uno spago e lasciato un block notes. E lì, protetti dalle fronde degli alberi, dai castagni, dalle nuvole, dal muschio, dal sentiero, ognuno, nella propria intimità, ha la possibilità di scrivere un'emozione.
L'estate scorsa avevo lasciato un pensiero ed ero curioso di vedere se avesse resistito alle intemperie. Mi avvicino, col telefono all'orecchio mentre ascolto un vocale e sono così distratto che non noto un vecchio seduto sul ciglio del sentiero. Quasi sobbalzo quando mi rivolge un saluto. Fa cenno al totem con la mano, poi all'orecchio e poi alza la mano verso il cielo...
"Così non senti che ti chiamano..." dice.
Mi guardo attorno e non vedo nessuno: "Mi perdoni, chi mi sta chiamando?"
"Loro", alza la mano verso il cielo ancora.
Guardo in quella direzione e non vedo, non sento.
Sono disorientato e se ne accorge.
"Sono le capinere, sono arrivate dall'Africa, sono tornate per la primavera...Se ascolti solo i tuoi pensieri non le sentirai, se guardi il telefono non le sentirai, se non guardi non le vedrai, se ti muovi solamente non camminerai..."
Per un istante infinito sento che mi manca il respiro, risucchiato in un vortice di vergogna, mi vedo col telefono in mano, la testa ingarbugliata, le gambe irrigidite in un esercizio fisico, la faccia, membra, palpebre e pelle in un tutt'uno.
"...Le capinere", balbetto.
"Non importa", continua con tono clemente, "C'è ancora tempo, c'è ancora strada...", conclude mentre accenna un gesto di saluto.
Metto il telefono in tasca, alzo la testa verso le chiome degli alberi e sento gli uccelli, sento il bosco, sento la terra, il suo odore acre, la brezza che muove i rami, le viole fiorite, le margherite. Sento le mie mani, le gambe stanche, la mente disordinata, la fame, la sete, sento che sono lì e non lo sapevo, non lo avevo capito.
"Hey signore..." , mi rigiro, volevo dirgli qualcosa, qualsiasi cosa.
Dovevo dirgli qualcosa.
Sul ciglio non c'era nessuno
La meta è solo l'arrivo, è il cammino che ti cambia, perché è quello che hai cercato, per cui sei fuggito o perché semplicemente hai deciso di iniziare a camminare.
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