Di cui non ho ancora capito il senso. Tra ottobre e primavera. In un anno qualunque. Tra santi e maroni matti.
Cari amici, si proprio voi: G. e A.
Non potendovi rispondere degnamente e integralmente
(Capite bene quale cappio infame stringete tra le mani)
Mi riservo lo sfogo nel mio spazio di liberta'.
(Qui dentro piu' non potete, che soffermarvi silenti)
Il mio disprezzo avete conquistato
nei giorni dopo i giorni, nel bosco dagli alti alberi.
Il mio odio per quel vostro essere fasulli, meschini e striscianti.
abbuffati in un ciccioso parlato
trabordanti di ghigni e chimere
La mia fiele, raccolta
stillata in un sol zampillo.
Tenuta tra le mani di una penna
nelle tremende notti di un ospedale
mentre mi dannavo a ricordar
che lo spazio non si riempie con i connuboli del tempo
(Davvero foste maestri della mente e dei suoi tarli?)
E mi ritrovo
a dissodar la terra
in quel giardino umido, di frasche e suore.
In un vinello acido, color torbido, versato
sul cranio pelato mentre cammini
come un buffo,
(ti sei perso?)
dicevo buffo,
pinguino arenato, su uno scoglio ligure, d'olio e formaggio.
Tu e i tuoi marmocchi, presidi e infanti.
Fragola e Demenza, scivolando stupidamente in un Boscho putrido.
Sappiate ossequiosamente
che il mio odio siffato, si paga cosi'
stanotte e mai piu'.
nel suo trascorrere lento,
piano piano verso Mezzogiorno
nella stagione del grano, sputando sul biancofoglio,
mentre vi penso.
post scriptum. Felice di non appartenere ai vostri schemi, degno di essere emotivamente disagiato. Contento di esser qualcuno.
Non potendovi rispondere degnamente e integralmente
(Capite bene quale cappio infame stringete tra le mani)
Mi riservo lo sfogo nel mio spazio di liberta'.
(Qui dentro piu' non potete, che soffermarvi silenti)
Il mio disprezzo avete conquistato
nei giorni dopo i giorni, nel bosco dagli alti alberi.
Il mio odio per quel vostro essere fasulli, meschini e striscianti.
abbuffati in un ciccioso parlato
trabordanti di ghigni e chimere
La mia fiele, raccolta
stillata in un sol zampillo.
Tenuta tra le mani di una penna
nelle tremende notti di un ospedale
mentre mi dannavo a ricordar
che lo spazio non si riempie con i connuboli del tempo
(Davvero foste maestri della mente e dei suoi tarli?)
E mi ritrovo
a dissodar la terra
in quel giardino umido, di frasche e suore.
In un vinello acido, color torbido, versato
sul cranio pelato mentre cammini
come un buffo,
(ti sei perso?)
dicevo buffo,
pinguino arenato, su uno scoglio ligure, d'olio e formaggio.
Tu e i tuoi marmocchi, presidi e infanti.
Fragola e Demenza, scivolando stupidamente in un Boscho putrido.
Sappiate ossequiosamente
che il mio odio siffato, si paga cosi'
stanotte e mai piu'.
nel suo trascorrere lento,
piano piano verso Mezzogiorno
nella stagione del grano, sputando sul biancofoglio,
mentre vi penso.
post scriptum. Felice di non appartenere ai vostri schemi, degno di essere emotivamente disagiato. Contento di esser qualcuno.
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